martedì 27 ottobre 2015 di Luca Vannoni
Mentre nella legge di Stabilità per il 2016, presentata dal Governo la scorsa settimana,
si
annunciano nuove misure per il lavoro autonomo, riguardanti in particolare il regime forfetario
fiscale e nuove tutele legate alla maternità, tardano ancora ad essere metabolizzate le norme
della recente riforma del D.Lgs. 81/2015, volta alla riforma dei contratti di lavoro.
Riguardo al lavoro autonomo, l’art. 52 del D.Lgs. 81/2015, in vigore dal 25 giugno 2015, oltre
ad aver abrogato le norme sul lavoro a progetto, ha infatti eliminato le presunzioni introdotte
per il lavoro autonomo dalla Legge Fornero (L. n. 91/2012), integrate con forti difficoltà nel
nostro ordinamento giuslavoristico. Il venir meno di tali disposizioni non esonera comunque
da attente valutazioni riguardo l’utilizzo di prestazioni di carattere autonomo con una profonda
integrazione nell’organizzazione del committente.
Preso atto delle incertezze strutturali della disciplina previgente, dove sul fondamento quanto
mai friabile delle collaborazioni a progetto la Legge Fornero aveva strutturato un pericoloso
ed oscuro meccanismo presuntivo che coinvolgeva il lavoro autonomo, o meglio, utilizzando
la terminologia introdotta dalla Legge Fornero, le prestazioni di lavoro rese da persona titolare
di posizione fiscale ai fini IVA, il D.Lgs. 81/2015 ha abrogato, all’art. 52, le disposizioni
contenute nel D.Lgs. 276/2003, articoli da 61 a 69 bis.
Oltre ad essere abrogate, quindi, le disposizioni sulle collaborazioni a progetto, viene
cancellato il sistema di presunzioni, contenuto nell’art. 69 bis, che poteva portare alla
qualificazione come collaborazione coordinata e continuativa rapporti di natura
esclusivamente autonoma.
Più nello specifico, fatta salva prova contraria da parte del committente, si consideravano
collaborazioni coordinate e continuative le prestazioni che si caratterizzavano da almeno due
dei seguenti aspetti:
a) Collaborazione di durata superiore complessivamente a 8 mesi annui per due anni
consecutivi;
b) Corrispettivo derivante dalla collaborazione costituisca più dell’80% dei corrispettivi
annui complessivamente percepiti nell’arco di due anni solari consecutivi;
c) Postazione fissa di lavoro presso una delle sedi del committente.
Tali disposizioni, veramente singolari nella loro struttura, con il meccanismo 2 su 3, più da quiz
televisivo che da norma di legge, si dimostrarono sin da subito tra loro incompatibili, o di
difficile lettura, avendo i requisiti previsti nelle lettere a e b periodi temporali distinti, ed
essendo quanto mai indefinito il concetto della postazione fissa di lavoro. Tanto che, per la
loro operatività, il Ministero del Lavoro forzò, con le interpretazioni contenute nella circolare
n. 32/2012, il dato letterale, stabilendo, a titolo di esempio delle creazioni interpretative
necessarie in via amministrativa, che i due parametri della durata e del fatturato si dovessero
calcolare nel biennio civile, 1° gennaio 31 dicembre di due anni consecutivi, senza applicare il
concetto dell’anno solare, periodo mobile di 365 giorni, utilizzato dal legislatore.
I meccanismi presuntivi erano poi esclusi in ipotesi previste espressamente dalla legge, legate
alle competenze tecniche di grado elevato, a limiti reddituali e all’iscrizione a un ordine
professionale. Diabolico era poi l’effetto della presunzione: la riqualificazione come
collaborazione coordinata e continuativa comportava il salto verso una ulteriore
riqualificazione in lavoro subordinato, in assenza del progetto della collaborazione.
Se, tutto sommato, semplice è stata la pars destruens dell’intervento di riforma, molto più
complessa risulta l’analisi della pars costruens, relativa ai rapporti di lavoro autonomo.
Superficialmente, potrebbe infatti sembrare che non vi siano previsioni direttamente
applicabili al lavoro autonomo non parasubordinato, ricomprendendo in tale categoria le
tipologie contrattuali contenute nel titolo terzo del codice civile, come il contratto d’opera (art.
2222) e le professioni intellettuali, anche quando intercorrono con imprese individuali
artigiane e commerciali.
L’unica disposizione introdotta, art. 2, comma 1, D.Lgs. n.81/2015, di regolamentazione
materiale e non di semplice abrogazione prevede infatti che, a decorrere dal 1° gennaio 2016,
si applichi la disciplina del lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si
concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di
esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di
lavoro (art. 2, D.Lgs. 81/2015). Per qualificare il concetto delle prestazioni, personali e
continuative, organizzate nelle modalità di esecuzione anche con riferimento ai tempi e al
luogo di lavoro, è stato coniato il nuovo termine di eterorganizzazione .
Il richiamo contenuto ai rapporti di collaborazione, tuttavia, non deve essere letto in chiave
esclusivamente formale, in quanto anche un rapporto intrattenuto sulla base di un contratto
d’opera sottoscritto con un titolare di partita Iva ben potrebbe rientrare nella disposizione in
commento nel momento in cui ne integri i presupposti.
La posizione Iva, infatti, così come non è incompatibile con rapporti di collaborazione
coordinata e continuativa, si ritiene non sia preclusiva dell’applicazione della norma citata.
Inoltre, più che la volontà delle parti cristallizzata nel contratto, a partire dalla sua
qualificazione contrattuale, giocano un ruolo dominante per il corretto inquadramento
giuridico del vincolo contrattuale le concrete modalità in cui lo stesso si è manifestato.
fonte: www.ecnews.it